Apocalisse. Parte quinta

Con Reverendo don Curzio Nitoglia


Riflessione del mondo di Eumeswil

Siamo capaci di leggere le “Apocalissi”? Ovvero le rivelazioni? Siamo capaci di leggere le nostre apocalissi interiori e quelle mondiali e quelle religiose?

In un testo apocalittico di Ernst Jünger, dove si vengono a contrassegnare, passo passo i numerosi mutamenti in corso, così scrive l’autore:

Le linee della vita sono varie,
come vie, come orli di montagne.
Ciò che qui siamo un Dio può terminare
nell’armonia, nell’eterno compenso, nella pace.

Qui è il salto, l’alta realizzazione che conduce all’uomo, la più profonda unità col mondo. Qui non si danno spiegazioni.

Per questa ragione non possiamo condividere nemmeno l’invito rivolto da Oswald Spengler alla nuova generazione: “dedicarsi alla tecnica anziché alla poesia lirica, fare i marinai anziché i pittori, darsi alla politica invece che alla teoria della conoscenza” – anche se, certo, prima del salto bisogna liberarsi del superfluo. Tutti abbiamo dovuto farlo, con maggiore o minore riluttanza. Ma la poesia appartiene all’essenza dell’uomo, non al suo bagaglio. Continua ad essere il suo documento di identificazione, il suo segno distintivo, la sua parola d’ordine”.

Oggi ripartono la lezioni del Rev. don Curzio Nitoglia su: L’Apocalisse. In maniera pacata, chiara, luminosa proseguirà le sue spiegazioni del libro dell’Apocalisse. Sarà la quinta lezione, la quinta parte. Ci prenderà per mano e ci guiderà ad una lettura puntuale di alcuni passaggi nodosi del testo sacro. Porrà accento sul cambiamento antropologico in corso… Siamo mutanti senza neppur rendercene conto… L’immagine del mondo sta trasformandosi… Abbiamo sempre più l’uomo surrogato tecnologico, l’uomo tuffato negli apparecchi tecnologici che dimentica, tralascia, è ignaro dell’energia divina… In cambio però è connesso, è online …

Mentre il Rev. don Curzio Nitoglia esamina con attenzione il testo delle Sacre Scritture, noi dal canto nostro riportiamo un altro passaggio di Ernst Jünger che ci consente di leggere in maniera “apocalittica” ovvero rivelatoria, la storia odierna, la storia delle guerre oramai silenziose e dei molteplici spargimenti di sangue…Ma è una riflessione sul senso del sacrificio e del sacrificio nella nostra epoca…e’ un modo per cercare di rinascere, di trasformarci … di elevarci … per chi lo desidera ancora, ne sente il bisogno… In realtà: “Il termine ‘sacrificio’ deriva dal latino ‘sacrificium’, composto da ‘sacer’ (sacro) e ‘facere’ (fare), quindi significa ‘rendere sacro’. Esso si riferisce a un atto rituale presente in molte tradizioni religiose, che implica un gesto di sottomissione al sacro e il desiderio di stabilire un rapporto con esso”. Quindi dobbiamo oculatamente vagliare la qualità delle azioni che vengono compiute e la loro origine, il loro perché ed il loro percorso…

Ernst Jünger:
Al muro del tempo

“All’alba della storia, Erodoto volse indietro lo sguardo verso la notte mitica. La nuova luce con il suo bagliore illuminava anche gli dei. Un Cristo storico esiste, non così un Giove storico. Noi, al contrario, ci troviamo nel cuore notturno della storia; la mezzanotte è suonata e il nostro sguardo si spinge fin dentro un’oscurità nella quale si profilano le cose future. A esso si accompagnano paure e presentimenti cupi. E’ un’ora di morte, ma anche un’ora di nascita. Le cose che vediamo, o crediamo di vedere, mancano ancora di un nome, sono senza – nome. Se ci volgiamo loro usando le parole non riusciamo a coglierle, a farle nostre. Là dove diciamo “pace”, può esservi guerra. Progetti di felicità si tramutano in disegni delittuosi, spesso da un momento all’altro. Le denominazioni della storia valgono solo in zone residue, come avviene per la fisica classica o la guerra convenzionale. Le cose ci si trasformano fra le mani. Lo spazio entro il quale al nostro vocabolario è data ancora la forza persuasiva é divenuto angusto. È la poesia a darcene conferma. Ulteriore testimonianza, questa, del fatto che in gioco vi sia qualcosa di più, qualcosa d’altro rispetto all’inizio di una nuova epoca storica, di un periodo misurabile con il metro della storia.

Anche gli eventi di cui siamo stati partecipi non diamo più nomi discutibili. Che cosa sono libertà, nazione, democrazia? Che cosa sono un crimine, un soldato, una guerra d’aggressione? A tale riguardo i punti di vista si sono moltiplicati come le lingue di Babilonia, e non solo perché le parole sono divenute porose, ma anche perché si sono fatte ambigue.

Dare nome agli eventi futuri é un atto di grande responsabilità. Sempre e’ stato così, e oggi è ancor più vero. I nomi non sono solo concetti per ciò che è noto; hanno il potere dell’evocazione. Anche secondo questa prospettiva appare allora opportuno considerare in una luce nuova l’antica controversia sugli universali. Forse anche per la nostra scienza, che così tanto venne influenzata da tale diatriba, é suonata l’ora. Essa diverrebbe in tal modo qualcosa di diverso, forse perfino di più grande, e ciò che oggi è la scienza ne sarebbe il preludio.

Tanto basti riguardo al dare nomi in tempi d’incertezza. Questo vale anche per il sacrificio di sangue. L’espressione proviene dal linguaggio sacrale. Il sangue era considerato l’offerta più alta. “Anzi a norma di legge, quasi tutto viene purificato col sangue”(Ebr,9,22). A noi non mancano i presupposti per comprendere simili contesti. Talvolta sembra che proprio lo scellerato abbia un terribile fiuto per il sacrificio sacralizzante, quell’istinto in forza del quale la folla pretese la morte di Cristo, non di Barabba.

Nel mito é l’eroe a sostenere il sacrificio. Sul suo sangue si fondano i regni, così come sul sangue sacralizzato si basa l’edificazione delle Chiese. Sul sangue dello scellerato si fonda l’espiazione delle colpe, e con essa il diritto. La mancata espiazione delle colpe costituisce un pericolo per la comunità. Perciò si diceva un tempo: ”Il sangue non deve rimanere sulla terra”.

Il sacrificio mitico si ripresenta nelle guerre storiche, fino ai tempi recenti. In questo senso l’eroe nazionale possiede ancora una grandezza mitica, la patria una potenza mitica che lo Stato, in quanto tale, non è in grado di conferire. Nella patria costituita da nazioni storiche si cela quel più antico diritto del suolo natale che appare sotto spoglie di donna (Grande Madre, Furia, Nike che conduce i figli alla vittoria) sugli archi di trionfo.

Il sacrificio in senso mitico presuppone quel libero volere, quell’entusiasmo che animava i Greci di fronte ai Persiani e che ancora segnava lo scoppio della prima guerra mondiale, differenziandola dalla seconda.

Il venir meno dell’eroe come figura esemplare, non solo nell’arte e nella poesia ma anche nella coscienza comune, non va messo in relazione, come spesso si tenta di fare, con l’avvento della tecnologia e con l’azione da essa esercitata sulle masse, ma con l’esaurirsi della forza capace di plasmare la storia. A ciò è strettamente legato il venir meno del nome, della personalità. La prestazione può rimanere identica, addirittura accrescersi, ma entra a far parte di prestazioni di altro genere, come quelle del lavoro e del record. A misurarsi qui sono altre forze. Analogamente a quanto succede nelle competizioni, l’uomo non viene più visto come l’avversario, né l’avversario come uomo. Che l’apparato tecnico non possa essere usato in funzione di mezzo eroico – ragion per cui il carro da battaglia di Diomede si differenzia da un moderno carro armato – non si spiega con l’apparire delle armi moderne, ma con la diversità fra due età del mondo.

Il milite ignoto non è perciò eroe, campione in questo senso. Non possiede né personalità né individualità; nessun epos, nessuna narrazione si richiama alle sue gesta. Egli non ha nome e, in fondo, non ha patria alcuna. E’ un figlio della terra, un oscuro reduce, non è fondatore né edificatore; piuttosto, è colui che feconda Madre Terra.

I grandi sacrifici di sangue di questi anni non possono essere considerati alla stregua di quelli d’una guerra di religione- una crociata per esempio- e nemmeno in modo mitico- eroico, come ai tempi dei padri, ciò non è possibile né alla storiografia né alla poesia, e neppure dinanzi al romito focolare.

Se qualcosa ritorna, o se è un passo all’indietro a prodursi, finiremo necessariamente per essere riconoscenti a strati più antichi, senza nome, in una terra priva di dei e di eroi, una terra pre-omerica, anzi pre-eraclea. Ciò che accade è segnato allora da un carattere elementare, titanico-tellurico, in virtù del quale l’ordine materiale prevale su quello dei padri, le antiche leggi, gli antichi costumi e l’antica libertà divengono precari. La smisurata, prometeica audacia dei mezzi e dei metodi, il vulcanismo, il fuoco, il movimento del serpente di terra, la comparsa di mostri e l’impunità che li circonda sono i caratteri di un tale accadere. A ciò corrisponde anche il primato delle energie rispetto alla forma compenetrata dello spirito, tanto nello Stato quanto nell’opera d’arte o nella strategia. La guerra non viene, ad esempio, circonfusa dalla luce di un affinato incivilimento che ne segni l’inutilità: essa, piuttosto, si disgrega, divenendo uno strumento ottuso e imprevedibile, e perfino suicida, della politica, un vicolo cieco.

Così anche l’uccisione smette di avere un senso prevedibile, sfugge alle leggi tramandate. La differenza tra colui che, come il giudice o il generale, dispone legalmente della vita altrui e il carnefice o l’assassino si fa incerta, può essere messa in discussione, e nel frattempo innumerevoli innocenti vengono privati della vita o languono in schiavitù a causa di insignificanti differenze sociali o economiche.

Di fronte a ciò non si può parlare di sacrifici, né in senso sacrale, come nelle crociate, ne’ in senso eroico, e neppure pratico, come nel caso della ragion di Stato. Non ci resta altro che ascrivere tali uccisioni a quelle forme astratte che consideriamo incidenti. Non solo esse uguagliano, dal punto di vista meramente numerico le perdite delle precedenti guerre, quel che si profila é addirittura il pericolo di catastrofi di massa. Anche di questo siamo responsabili.

In ogni caso, mai sulla terra é avvenuta una trasformazione che non abbia richiesto spargimento di sangue. Non sappiamo se, e in questo senso, vengano compiuti sacrifici di sicura efficacia. Di un fatto, però, non possiamo dubitare: si esige sangue. Che tutto ciò possa non avere il senso attribuitogli da quanti il sangue lo spargono, non solo é verosimile, ma è al tempo stesso l’unico pensiero in grado di promettere redenzione, riconciliazione.
Non vediamo sacrificio alcuno, ma paghiamo un tributo.

E’ questo il luogo opportuno per considerare un errore nel quale potremmo essere incorsi. Dire che forze mitiche, soprattutto qualora non ne si custodisca, irrompono nel mondo della storia, é cosa giusta. La fine del mondo della storia non va però interpretata come conseguenza di un‘ invasione dal parte del mito e del suo ritorno, nella forma – in certo senso – di cui abbiamo parlato, ossia come se la lucida coscienza storica non fosse altro che lo spazio di un giorno compreso tra due notti.

Un’irruzione del mito potrà essere solo parziale, potrà avvenire solo durante il giorno. Effettivamente non mancano i motivi per temere o aspettarsi questo. In verità qui non entra in gioco la potenza delle immagini mitiche, bensì la volontà a esse congiunta, qui entrano in gioco sommi desideri. Per spiegare tali desideri occorre risalire alla protesta contro l’ impoverimento della forza capace di plasmare la storia, cosa che induce persino nature assai dotate a una vacuità pretenziosa nel campo artistico, e a funesti traviamenti in quello politico.

Come si è detto, l’elemento mitico permane vivo, specialmente là dove ci si imbatte in confini temporali: nel caso di nascita e morte, nelle guerre e catastrofi di ogni sorta. Le potenze mitiche nel nostro tempo non ricavano la loro forza da se stesse, quanto piuttosto dall’indebolimento delle forme storiche e degli uomini che le rappresentano. L’elemento mitico vuol penetrare nei punti di frattura come tra i labbri di una ferita, ma li non può dispiegarsi nella sua antica forza, in quanto è troppo debole il sostrato. Si arriva così ad una teatrale messa in scena, dove cantanti e attori fanno semplicemente le veci degli assenti, alla sfilata di maschere di eroi e demoni, dietro la quale già s’intravede la banale fisionomia.

Anche questo è un segno del punto di sutura. Accanto a esso si spalanca una realtà terribile, concentrata. Ciò può portare a un’ ingannevole ambiguità del processo, in cui la vittima assurge al rango che il carnefice ritiene già suo. E questo non perché chi soffre sia “migliore”. La ragione è, piuttosto, un’altra: soffrendo, questi si addentra in una realtà più densa, e per suo tramite avviene qualcosa di importanza superiore rispetto a quanto il carnefice faccia accadere. Chi soffre é prossimo alla nascita. Paga il tributo, e paga anche per gli altri. A Stalingrado cambiano più cose che a Sedan. E tuttavia anche il carnefice è necessario. E’ necessario nel senso che pure la scienza e’ necessaria: non in quanto soggetto della trasformazione, bensì in quanto strumento della trasformazione del mondo.

Che le potenze mitiche non possano ritornare a dominare in modo convincente, su un piano individuale e oggettivo, e’ una questione di luce. Dopo l’alba di Erodoto, la notte nel senso antico non esiste più. Le antiche immagini esposte ai raggi della coscienza storica persero aggressività facendosi più sensibili. Possono osare palesarsi solo in proporzione al divenire flebile della coscienza: nel sogno, nel sonno, nell’estasi visionaria e creatrice, o nei sovvertimenti. La fuoriuscita del territorio storico non è però connessa in alcun modo a una riduzione della coscienza; al contrario, la facoltà critica aumenta senza posa. Già questo depone a sfavore di un ritorno mitico.

L’indebolimento del mitico é irreversibile, avendo lo spirito acquisito, da Erodoto in poi, un nuovo carattere, un nuovo aspetto. E’ un character indelebilis, un crisma: nessun misfatto, nessuna coercizione e nessun delitto possono sottrarglielo, annullarlo. Da lunga data ormai sappiamo che il nostro essere interiore è al tempo stesso un tutto e qualcosa di composto. Al consenso delle istanze che lo reggono ve ne saranno sempre di mitiche, e anche assai potenti. E nondimeno esse debbano inchinarsi al sopraggiungere delle potenze della coscienza, che sono d’alto grado. Sempre dobbiamo aspettarci che ciò accada, anche nei tempi iniqui.

Analoga é la situazione sul piano etico: alcune cose sono diventate impossibili, se non di fatto, almeno da un punto di vista teorico, dacché Cristo, “la nuova luce”, ha fatto la sua comparsa. Le chiese possono anche da tempo essere state trasformate in musei, rimesse o cinematografi, resta in ogni caso una coscienza inestirpabile di ciò che, sul piano etico, è bello oppure orribile. Può darsi che tale orrore al tempo del mito fosse qualcosa di bello – come ad esempio lo spettacolo dei sacrifici di sangue offerti sulle piramidi dell’antico Messico-, nell’attimo in cui a percepirlo sono occhi cristiani esso si trasforma comunque in empietà. Ciò non significa che dai cristiani non ci si possa attendere niente di simile, ma all’ atto di sangue vengono ora a mancare l’aura, lo splendore mitico, il crisma, l’auto consapevolezza dell’antica potenza. Ciò è stato sottratto, portato via all’uomo, una volta per tutte.

Talvolta basti per sottolineare come non ci si debba attendere un ritorno di figure mitiche in posizione di dominio. Ciò non contraddice il fatto che la coscienza storica, in quanto potenza capace di plasmare la storia, sia perdendo a sua volta la posizione di dominio- anzi, forse l’ha già persa del tutto – e, che questo avvenga in una maniera tale da ricordare le modalità con cui essa, un tempo, era subentrata al mito. Rimaniamo all’immagine del consenso delle forze all’interno dell’uomo: subentrerebbe in questo caso una nuova istanza d’alto grado, conoscitrice si degli antichi segni, ma tale d’aver sperimentato crismi sconosciuti. I quali potrebbero conferire un senso al tributo di sangue.

E’ nel costume che ciò farebbe a prima comparsa, ossia attraverso fatti non più interpretabili mediante gli strumenti tradizionali. All’inizio fatti di tal genere si sono prodotti in maniera isolata, uno a uno; non era possibile ricondurli ai sistemi usuali, o solo in parte lo si poteva fare. Rapidamente poi sono cresciuti di numero e di importanza, sicché ora la questione non è più se sia ancora dato o meno integrarli. Non l’inserimento nell’antico ordine rivendicano, bensì la creazione di un nuovo sistema.

I fatti non recano cambiamenti; denotano cambiamenti. Sono già frutti; vennero concepiti molto tempo addietro, allorché “ la notte era più profonda “. Da lunga data, oramai, aleggiava l’inquietudine”…

A.T. del mondo di Eumeswil