ERNST JÜNGER. Il soldato alchemico
Con Yuri Di Benedetto e Ludovico Feola
Riflessione del mondo di Eumeswil
“Stetti a lungo davanti ad una Iris violetta dalla corona tripartita; l’accesso ai calici passava per un velo d’oro e finiva in un abisso di ametista. Fiori, chi vi ha ideati?”
Ernst Jünger
La frase riportata è di Ernst Jünger, nel retro di copertina di: ERNST JÜNGER. Il soldato alchemico, Aurora edizioni, 2025, brilla in caratteri maiuscoli. Non vi sono altri dati su un maneggevolissimo e godibile libretto di sinossi al libro… e il termine libretto è utilizzato solo per definire le proporzioni “fisiche” del testo, ma non il contenuto che è assai piacevole, fruibile a leggersi. A scrivere l’introduzione al testo è Yuri Di Benedetto, editore e presidente di Aurora edizioni ed Aurora associazione culturale. Il testo invece è di Ludovico Feola. Ci siamo incontrati, presso il nostro centro studi fiorentino, per realizzare la presentazione del libro in forma di video. E’ stata una gran gioia vedere, in Yuri Di Benedetto, non solo un editore, scrittore,presidente di una associazione culturale, ma anche un rappresentante dell’ultima generazione nata senza il cellulare, ovvero l’ultima generazione che ha conosciuto il mondo della realtà, privo dei filtri costanti nelle nostre vite della tecnologia. E’ lui stesso a farcene presente. La visione del video sarà interessante perché porrà le due figure presenti, al centro del video, a spiegarci, dal loro punto di vista, non solo il nostro Ernst Jünger, la loro comprensione del Maestro di Wilflingen, ma anche i loro intenti, per far sì che la realtà non venga trascurata, dimenticata, nella nostra sfera esistenziale… Per noi, del mondo di Eumeswil, che abbiamo -oramai- dedicato più di 35 anni della nostra vita, allo studio di Jünger e’ sempre una grande festa incontrare chi si impegna a studiare, diffondere il nostro autore. Abbiamo avuto modo di osservare, nel corso degli anni, che molteplici sono le rappresentazioni e le interpretazioni di Jünger. Il nostro autore è riuscito a dar vita, pur non volendo di proposito, a innumerevoli considerazioni da parte della critica ,del momdo accademico,di altri letterati, nel bene e nel male, della sua vita, della sua opera e del suo pensiero. Strumentalizzato dalle destre e dalle sinistre e non solo… E’ un letterato, controverso per molti, che ha vissuto pienamente l’esistenza ed il secolo breve.
Yuri Di Benedetto e Ludovico Feola ci parleranno, nel video realizzato insieme, di come è nata l’idea del libro, del titolo e ci esporranno i contenuti in esso raccolti. Ludovico Feola, ci è parso, aver tratto dal suo mondo profondo, interiore, le sue considerazioni sul nostro autore, dopo una accurata lettura ed analisi. Ha meditato sui testi di Jünger.
A noi è piaciuto molto anche il titolo del libro. Crediamo che la vicenda del soldato Jünger sia il punto di partenza “più vivo” della sua metamorfosi interiore, del suo muovere i passi verso il mondo dello spirito. Noi come “eusmeliti” possiamo asserire di esser cresciuti con Jünger ed esserci trasformati, grazie alla sua lettura. Ci ha aperto gli occhi sulla vita e sulle sue molteplici, infinite sfaccettature. Quando ci volgiamo indietro sappiamo di non essere più quelle persone che eravamo trentacinque anni fa, non solo perché il tempo è scorso, ma perché la presenza di Jünger nelle nostre vite, le ha caraterizzate, ha modificato il nostro modo di vivere, di concepire la vita e guardarla. Per noi è stato non solo motivo di studio, ma motivo, incitamento a fare esperienza della vita stessa, un motivo in più per viverla pienamente. Jünger ci ha aperto al grande mistero che in essa vi è riposto. Cosa possiamo dire dopo così tanto tempo con Jünger e i tanti Jungheriani incontrati? Che sia di Jünger, sia della vita abbiamo compreso assai poco, più camminiamo e più sappiamo di non sapere, della difficoltà di una reale comprensione. In questo avvenimento riceviamo una grande gioia. Cerchiamo, per quanto capaci, di toglierci dagli occhi i nostri pregiudizi, di non prendere parte alla menzogna sociale, evitare di essere automi, ingabbiati in schemi mentali precostituiti, di cercare, con la speranza, di trovare in ogni cosa il miracolo ed il mistero dell’esistenza. In tutto vi è un raggio dell’Uno anche nell’orrido e grottesco. Sembra assurdo e pure è così! Vi è un brutto ed un orrido che se ben guardati, con gli occhi illuminati da un amore non umano, trascendentale, così incomprensibile, inspiegabile, trasforma la realtà . Vi è un male che diviene gran desiderio di stargli alla larga e di essere differenti da questa macabra ombra nera. Vi sono vicende umane inspiegabili coscientemente pertanto diviene comprensibile quella frase che fa accapponare la pelle a ben pensarci sopra: “Signore, perdona loro perché non sanno cosa fanno”.
Jünger ci ha insegnato che è assai complesso e complicato esser un tutt’uno con pensieri, sentimenti, azioni. Raggiungere una unità interiore. Ci ha insegnato che il banco di prova è in ogni istante! Ci ha insegnato che l’universo è pedagogia Alta! La libertà è interiore e nell’ incontro con il mondo superiore però sappiamo anche di essere pessimi allievi e pertanto dobbiamo continuare a studiare fino alla “stazione di dogana”: luogo dove nessuno di noi può sfuggire, sottrarsi…
Noi ringraziamo Jünger per questa fantastica e fantasmagorica avventura che ci ha concesso di vivere, autorizzandoci a fondare una associazione a suo nome. Ringraziamo tutti i suoi studiosi e non solo, che, negli anni, sono venuti a farci visita, condividendo con noi, le loro visioni su di lui e sui loro campi di studio e di lavoro. Ringraziamo tutti coloro che si sono avvicinati e si avvicinano al mondo di Eumeswil per tempi più o meno lunghi. Ognuno ha arricchito e arricchisce la nostra esistenza, rendendola speciale. Una festa.
Pertanto per noi Ernst Jünger è un soldato alchemico. Soldato anche nel senso che ci addestra, come lui stesso è stato addestrato e forgiato, nell’arte militare come “cavaliere”. In un nostro volume degli Annali, Gianni Vannoni, storico e filoso parla di Jünger come Maestro del Bushido occidentale. La sua esperienza della guerra lo ha mutato drasticamente, nel corso degli anni e avviato alla sua crescita personale. E’ passato per varie tappe di un profondo cammino. I suoi testi lo documentano. E’ uno scrittore oggettivo e ci ha avviato a tale metodo di indagine ed analisi. E’ uno scrittore, autore, un pittore della realtà. In camera sua, dietro la porta per accedervi, vi era una frase scritta ed affissa: “temprato nelle tempeste“. E le tempeste erano quelle di acciaio…Noi cerchiamo di trovare, grazie ai suoi molteplici insegnamenti distribuiti in pagine e pagine assai complesse, perpetui enigmi, rebus da risolvere attraverso altri libri ed esperienze di vita pratica e tangibile… l’anarca è la figura di rifemento su cui affiliamo il nostro sguardo ed il nostro volto …
LA TRINCEA
[…] L’orrore, nel grembo della terra, stringeva tutti con mille braccia. Da qualche parte, molto vicino, vicino a uno, sotto a un altro, si poteva udire uno strano strascichio di piedi, un razzolare, un beccare un ammucchiare esplosivi, in segreto e silenzio, alla fioca luce delle lampade da minatore. Da qualche parte nei crateri della terra di nessuno una schiera sussurrante, pronta all’assalto e armata fino ai denti, poteva prepararsi a un improvviso massacro, una breve orgia di fuoco e sangue scagliava contro la trincea. Ogni angolo era permeato da un lavorio e da un chiacchiericcio nascosto, uomini di fatica ridotti a ombre, ansimanti sotto il peso delle armi, sagome armate che confabulavano e biascicavano. E quella pressione, quella pesantezza srotolata su terreni morti, gravava come una campana di piombo sul cuore di ciascuno. Lo si capiva quando, con un rumore sordo, una zolla si staccava dal bordo della trincea o un soldato di guardia, infreddolito, lanciava il grido per il cambio. Allora il vincolo del sonno veniva squarciato da un’improvvisa consapevolezza e il dormiente si risvegliava in preda al terrore, temendo che qualche orrido avvenimento fosse già alle porte.
E prima o poi arrivava il giorno fatidico in cui quelle porte oscure s’infiammavamo davvero, il giorno in cui ogni presagio, ogni attesa brillava nel compiersi. Di solito queste tempeste tonanti caricavano la truppa di una furia improvvisa, come animali selvatici colti di sorpresa. Nel gergo della battaglia, questo era il “momento della sorpresa”. Il calderone ribolliva inaspettatamente quando i neri reticolati parevano sbucciarsi dall’alba e sagome ingannevoli andavano incontro agli occhi assonnati del cecchino. A quel punto l’orizzonte si squarciava in un sol colpo, la foschia mattutina s’inebriava di un rosso fiammeggiante e sulla trincea si disegnavano fuochi, pioveva terriccio, si stendevano fumi densi.
Questa nuvola era la cortina ardente sotto la quale gli uomini della trincea combattevano e morivano, una cortina che avvolgeva per sempre qualsiasi cosa venisse generata in quei momenti di coraggio e astuzia sovrumana, una cortina attraverso la quale la morte si scaraventava su vittime in attesa per poi spargerle nei loro tristi cubicoli, abbandonate per sempre. Non si contano i soldati caduti così, soli, lontani da tutto, in antri bui o crateri fumosi senza che l’ultimo sguardo disperato dei loro occhi vitrei potesse cogliere null’altro che terra nuda e squarciata. E innumerevoli altri sono i caduti, sulle vette della battaglia, dopo che lunghe ondate di uomini avevano svuotato la trincea.
Allora, la trincea mostrava il suo vero volto. Perdeva tutto ciò con cui l’uomo, che ama velare le oscenità, l’addobbava e la decorava. Martoriate e lacere le panche, le assi, il mazzo di fiori che la guardia aveva piantato nella custodia di una granata. Solo le pareti scoscese, i blocchi delle banchine restavano in piedi come un nero scenario davanti al quale si svolgeva una serie di eventi drammatici, tra il fuoco e la foschia. Là, in branchi combattenti, si braccavano i migliori delle rispettive nazioni, all’ attacco senza paura nella luce fioca, ammaestrati, pronti a buttarsi nelle braccia della morte al comando di un fischio, di un breve richiamo. Appena s’incontravano due truppe di combattenti di tal caglia, negli stretti camminamenti di quel deserto di fuoco si scontrava, in carne e ossa, la volontà senza scrupolo di due popoli. Era quello il punto più alto della guerra, uno zenit in grado di superare tutte le atrocità che fino a quel momento ci avevano massacrato i nervi. Vi era un paralizzante secondo di silenzio in cui gli occhi s’incrociavano. Poi si levava un grido acuto, selvaggio, rosso sangue, che marcava a fuoco i cervelli, ardente e incancellabile. Quel grido stracciava veli di mondi interiori, scuri ed imprevisti costringeva chiunque lo udisse ad affrettarsi: uccidere o essere uccisi. Le mani levate, il pardon, il camerata perdevano significato. C’era un solo patto: quello col sangue. Sfere di luce tremolanti si libravano su un cimento il cui spirito sfugge a qualsiasi descrizione e che nessuno ha mai visto, eccetto coloro che muoiono dissanguati negli angoli bui, gli occhi sbarrati, trascinando con se’ nel grande silenzio quella desolazione a mo’ di ultima immagine.
Queste orgie della furia erano febbroni fulminanti e affumicati, tanto da lasciarsi dietro la trincea come letto disfatto di un uomo morto tra gli spasmi. Sagome pallide con fasciature bianche fissavano la meraviglia del sole nascente, ormai incapaci di comprendere la realtà del mondo e del vissuto. In una monotona ripetizione si levavano, e morivano, le urla dei feriti che sul campo, nei crateri o impigliati nel fil di ferro, si spegnevano lentamente.
E i giorni e le notti continuavano a passare sopra la trincea, navi destinate a trasportare per sempre il medesimo carico. La decomposizione covava nel paesaggio. Pian piano i morti si putrefacevano, si riunivano alla terra, alla trincea per la quale avevano combattuto. Da qualche parte, nel vento e nell’imbrunire, ondeggiavano sul bordo della trincea due vinchi che un camerata aveva annodato per farne una croce.
Ernst Jünger
