Il perché di un perché

Con Roberto Giardina


Riflessione di Eumeswil

Volteggiano gli uccellini sopra le cose del mondo, raramente si posano a terra. I loro nidi sono in alto sui fragili rami, all’interno di mura, sui tetti di case, nascosti nel fitto del verde. Volteggiano già gli uccellini sulle cose del mondo… Ricordano il volo sciamanico e volo dell’anima che contempla la bellezza di Dio.

E’ necessario per l’uomo il volare inteso come vedere la realtà da una posizione superiore per comprenderla. Fintanto che si è immersi non si raggiunge a comprendere, si è troppo partecipi con i sensi e soprattutto emotivamente.

L’uomo si è sempre sospinto a interrogarsi, tanto che Dante docet:

“Fatti non fummo per viver come bruti, ma per conseguir virtute e conoscenza”.

Socrate insegnava a conoscere tramite l’interrogarsi e l’uomo già interrogava gli oracoli per sapere.

I maestri zen addestrano i loro studenti tramite i koan.

L’accademia dello zen ad esempio ci spiega riguardo ai Koan che non vanno assolutamente scambiati per indovinelli. Sono molto di più: sono tecniche per liberare la mente da condizionamenti vari…

“Il koan è una breve frase, domanda o risposta di natura paradossale o enigmatica ed è basato sugli aneddoti tramandati dai maestri dello zen.

Si tratta di una pratica di meditazione fondamentale nell’addestramento di un monaco zen, in quanto sfida l’allievo a riflettere superando le sue abituali modalità di pensiero e ragionamento.

Tradizionalmente il maestro zen affida il koan all’allievo, che deve riflettere o rispondere all’affermazione o domanda. La risposta al koan costituisce l’oggetto di meditazione dell’allievo, che lo impegnerà nella sua pratica quotidiana.

Un koan non può essere compreso o ribattuto in termini convenzionali: richiede che un allievo abbandoni la dipendenza dalle sue modalità ordinarie di comprensione per accedere al cammino verso l’illuminazione.

Un esempio caratteristico è questo famoso koan:

“Esiste una frase che non sia né giusta né sbagliata?” “Un pezzo di nuvola bianca non mostra alcun difetto.”

È naturale domandarsi perché questo tipo di pratica venga definita “caso pubblico”. Ciò che rende “pubblico” un koan è l’invito a osservare la realtà nel qui e ora.

La realtà è immediatamente disponibile per tutti nel presente, senza bisogno che sia un maestro a trasmetterla, indicarla o insegnarla.

Nella nostra esperienza di vita terrena, niente è più pubblico della realtà stessa. I koan sono semplicemente degli strumenti per svelare questa verità e aiutare la mente a liberarsi dai suoi schemi abituali, avvicinandosi all’illuminazione.

In Occidente Platone, nel Fedone (82 d – 83 b) così scrive:

“Quelli che amano il sapere sanno bene che la filosofia, accogliendo la loro anima che è come incarnata e troppo legata al corpo, costretta ad indagare gli enti attraverso questo cercare e non da sé stessa, ma avvolta da una totale ignoranza, dolcemente la esorta e tenta di liberarla, mostrandole quanto sia ingannevole la conoscenza ottenuta per mezzo delle sensazioni e persuadendola a tenersi da esse lontana, per quanto le sia possibile; la filosofia esorta l’anima a raccogliersi tutta in se stessa, a fidarsi, nella sua indagine, soltanto della realtà immutabile ed a respingere come illusione tutto ciò che è mutevole, che le giunge per mezzo dei sensi”.

Mutevole è anche l’uomo che non tenta di crescere interiormente e soggiace ai mille io, così ben descritti dalla poetica pirandelliana, che non cerca un equilibrio dei suoi cavalli, bianco e nero, e di muoversi in maniera cosciente e consapevole. L’uomo che cerca l’evoluzione interiore muove i suoi interrogativi alla ricerca della verità e mosso da amore per la verità ed ecco allora emergere il perché del parlare, l’arte oratoria, ben mossa che abbia come finalità la verità (è il suo peculiare campo di ricerca), mentre Eros ha come oggetto della sua tensione più nobile ed autentica l’amore della verità.

Ma il nostro interrogarci, il nostro bisogno di chiedere, il nostro porre domande, le nostre idee da dove nascono, come sorgono?

Nell’induismo si crede che già aleggiano nell’aria e alcuni riescano a catturarle, i profeti, gli artisti… Altri sostengono siano presenti nel pleuma, nell’aria che respiriamo… E vengono a costituire un corpo invisibile comune… Non prendere parte alla ricerca degli interrogativi potrebbe voler dire non amare virtute e conoscenza…?

Platone ci parla delle cicale. Le cicale rappresentano coloro che, per amore della sapienza, si dedicano esclusivamente alla filosofia, dimenticando persino i propri bisogni materiali e consacrando la propria esistenza alla ricerca della verità, che amano più della loro stessa esistenza.

Le Muse sono il simbolo dell’ispirazione divina, la quale fa intuire al filosofo l’essenza della verità e della bellezza.

La presenza misteriosa delle divinità e l’eco delle antiche leggende rappresentano il piano delle intuizioni empiriche, delle condizioni terrestri, delle sensazioni oscure e confuse, mentre il canto delle cicale e, quindi, la presenza delle Muse, rappresentano il piano della intuizione delle Idee.

Nel Fedro (XL,259) si dice quanto segue:

“-Socrate: ”Abbiamo tanto tempo a disposizione, a quanto pare; mi sembra pure che le cicale, come accade nella calura soffocante, cantando e discorrendo tra loro sopra le nostre teste, ci stiano osservando. Se poi vedessero che anche noi due non ragioniamo, ma sonnecchiamo e ci lasciamo ammaliare da loro per il torpore mentale, come fanno quelli del volgo nell’afa di mezzogiorno, avrebbero pienamente ragione per deriderci e ci prenderebbero per schiavi, giunti in questo loro rifugio come pecore, per meriggiare sonnecchiando vicino alla fonte. Se invece ci vedranno discorrere e continuare la nostra rotta senza farci ammaliare dal loro canto di Sirene, può darsi che, meravigliate, ci concederanno il dono che, da parte degli dei, possono concedere agli uomini”.

-Fedro: “Qual’é questo dono? Non credo di averne mai sentito parlare!”

-Socrate: “Certamente non fa onore ad un uomo amico delle Muse non aver mai sentito parlare di simili cose!°

Si narra, dunque, che un tempo le cicale furono degli uomini vissuti prima della nascita delle Muse; quando esse nacquero e il loro canto si fece sentire per la prima volta, alcuni di quegli uomini furono così ebbri di piacere che, cantando, si dimenticarono di cibi e bevande, perciò morirono senza nemmeno accorgersene. In seguito a ciò, da quegli uomini nacque la stirpe delle cicale, alle quali le Muse hanno concesso il privilegio, fin dalla nascita, di non aver mai bisogno alcuno di nutrimento, ma di cantare subito, senza mangiare né bere, fino alla morte, e di andare poi dalle Muse, per riferire loro chi degli uomini, sulla terra, le onori e quali di esse veneri.

A Tersicore, quindi, riferiscono chi l’abbia onorata nelle danze e glielo rendono assai caro; ad Erato, invece, chi l’abbia onorata nelle cose d’amore e così alle altre a seconda dell’arte per la quale ciascuna delle Muse viene venerata. Alla più anziana, Calliope, ed a Urano, che viene subito dopo di lei, riferiscono chi trascorre la vita dedicandosi alla filosofia e onorando la musica, che è l’arte loro propria; queste due, infatti, sopra tutte le altre Muse, presiedono alle cose celesti e ai ragionamenti divini e umani, emettono il canto più soave.

Molte sono, allora, le ragioni per cui noi due dobbiamo continuare a discorrere, invece di stare a sonnecchiare nell’afa di mezzogiorno”.

E si dà il caso che Firenze sia città delle Muse. Forse é proprio per questo che dai primi anni ‘90 del secolo scorso, il mondo di Eumeswil, sorge in questa città, come associazione culturale, per promuovere l’opera e lo stile esistenziale, del grande Maestro di Wilflingen, Ernst Jünger. Eumeswil organizza cicli di conferenze annuali che ruotano intorno ad un tema a 360 gradi invitando relatori esperti in molteplici campi dello scibile. Ogni anno è un interrogarsi in merito ad un campo di ricerca. Mai potrà essere vagliato alcun tema nella sua interezza, ma, si tenterà di svolazzarci sopra, di aleggiare e circumnavigare l’argomento proposto, quasi sempre da lontano, tentando di non farsi troppo calcare la mano, di mantenere una certa distanza interiore che consenta di ascoltare relazioni provenienti da idee opposte senza prendere le parti di nessun relatore, ma, ricercando il quid del discorso.

Quando ci è arrivato per posta l’ultimo saggio di Roberto Giardina dal titolo: “Mi sono sempre chiesto perché“ non abbiamo potuto far altro che invitarlo a presentarci il volume. Già il titolo era assai allettante per noi.

Nel retro di copertina del libro così si legge:

“Ho sempre chiesto il perché, da bambino e da cronista, non avrò sempre trovato la risposta giusta, ma ho tentato”.

Già nel aver tentato ad essersi chiesto il perché ed avere sondato le motivazioni, ci pare aver fatto molto sia come persona sia come giornalista.

Dal risvolto di copertina invece si legge quanto segue:

“Un viaggio nella memoria e nella scrittura di Roberto Giardina, giornalista e narratore che ha attraversato oltre sessant’anni di cronaca e di storia. Dalla Palermo dell’infanzia alle redazioni di Torino e Roma, fino agli anni da inviato e corrispondente in Germania, il libro ricostruisce la vita di un cronista che ha raccontato eventi e protagonisti del Novecento e del nuovo millennio. Attraverso episodi di vita quotidiana, incontri e scelte, emergono le tappe di una carriera divisa tra quotidiani, settimanali e libri, tra cronaca e letteratura, tra Italia ed Europa.

Questa è la storia di chi tra apprendistati in redazione, stanze di albergo ed interviste ha sempre cercato il “perché” dietro i fatti.

Roberto Giardina: nato a Palermo, vive da più di trent’anni a Berlino e ha lavorato come giornalista per diverse testate quali La Stampa, L’Europeo, Il Giorno, Il Resto del Carlino, Italia Oggi, solo per citarne alcune.

E’ autore di numeri saggi e romanzi. Vincitore di diversi premi. Tra i più recenti il Premio Giuseppe Antonio Borgese.

Nel video dal titolo: Il perché di un perché” che vede proprio come protagonista Roberto Giardina appureremo come la scrittura per la stampa e per un romanzo siano differenti, emergerà l’apocalisse dell’informazione, del cronista, dell’inviato speciale. Tanti saranno i temi affrontati. Giardina non mancherà di far riferimento alla odierna Berlino, ci raccontarà della Germania di adesso, mutata come del resto tutto il mondo. Sarà un discorrere assai fluido che seguirà anche diversi andamenti e modulazioni dovute alle domande poste dal pubblico vario ed eterogeneo presente alla registrazione dell’incontro.

Roberto Giardina nasce a Palermo e dedica lunghe pagine alla sua terra di origine nel suo libro.

Il nostro autore di riferimento conosceva assai bene la Sicilia. Vi si era recato in visita più volte nel corso della sua lunga vita.

Riportiamo un passaggio:

Ernst Jünger
Palermo, 23 settembre 1977

Visita pomeridiana ai mosaici della Villa del Casale, castelletto di caccia e residenza estiva di un potente signore dell’epoca romana. A quel tempo, prima delle invasioni dei vandali e dei visigoti, e forse anche più tardi, persino sotto gli arabi, in questi luoghi deve essere stata ancora possibile una vita pacifica e fastosa. Fa parte degli errori correnti la convinzione che nei periodi inquieti tutto sia andato a rotoli. Rimangono sempre delle isole, come nello spazio, così nel tempo.

I mosaici dei pavimenti si sono conservati bene sotto alterni signori; alla fine è stato il fango a stendere il suo velo protettivo. Illustrano una abbondante retata, che comprenda tra l’altro delfini, calamari e bisce d’acqua. Grandi cacce si estendono verso l’Africa, elefanti e rinoceronti vengono incatenati e imbarcati; sono certamente destinati alle gare nelle arene – rebus per zoologi, mitologi, storici. Episodi fiabesci nella stanza dei ragazzi; nell’alcova del padrone di casa un’eterea o forse una schiava denuda sensualmente il posteriore.

Sono interessanti da studiare gli impianti di riscaldamento murati alle pareti di mattone. C’è grande afflusso – dev’essere stato piacevole banchettare in queste sale con le acque che lambivano i mosaici. Titani colpiti dalle frecce, ma anche assaliti dai serpenti – il che andrebbe ascritto alla vaghezza mitologica tipica di un’epoca tarda. Non manca Polifemo, il gigante dell’isola che aveva dimora sull’Etna – l’occhio frontale gli è stato applicato come un terzo occhio. Questo mi fece pensare al biologo che di fronte ai suoi allievi attribuiva il mancato affondamento della nave di Ulisse alla visione monoculare. Quando uno di loro obbiettò che il colosso era stato accecato, la risposta che ne ricevette fu: “E’ un particolare aggiunto dopo”.

Pomeriggio ad Agrigento. Dal tempio di Giunone al tempio dei Dioscuri, fra il viavai di autobus zeppi di turisti.

La figura del fotografo è centrale per chi voglia dividere i moderni viaggiatori in tipi. Il suo completare è quello dell’automobilista; entrambi possono convivere nella stessa persona. L’automobilista è brutale, aggressivo, minaccia lo sterminio. Il fotografo è un voyeur; non può fare a meno dei momenti di quiete, deve cercare un soggetto. Vorrebbe fissare l’attimo; per questo non c’è in lui un’ombra di insoddisfazione. Non vuole godere del momento, vuole utilizzarlo.

Come terzo tipo si potrebbe indicare il fonomane; senza il suo apparato sonoro costui può sopravvivere altrettanto poco quanto il fotografo senza macchina fotografica. Il fonomane non riesce a concepire l’esistenza di persone che preferiscano starsene in pace, ad esempio per pensare. Così, quest’oggi, il conducente della nostra auto ha lasciato strepitare ininterrottamente la sua radio senza spegnerla un solo minuto. Chi invoca la quiete passa per guastafeste antipatico. Inoltre tutti e tre i tipi diventano insolenti se si intralcia loro il passo. In casi come questo si sente la mancanza del nuovo Aristofane, anche se non otterrebbe più risultati del vecchio.

Le cave di pietra erano sacre a Giunone; a tutt’oggi sono visibili nella contropendenza – nel sole bruno dorato la pietra rivela una fitta tramatura di conchiglie fossili. Il suo colore non poteva colpire gli antichi, dato che le colonne erano imbiancate con una soluzione di polvere di marmo. Se ne serbava traccia nel tempio dei Dioscuri. Da ogni fase della costruzione traspare comunque un senso di grande perfezione. Forse è questo ciò che già nella tarda antichità attirò flussi di viaggiatori, e che li mobilita ancora adesso.

Dovrei approfondire ulteriormente la riflessione sull’ambivalenza degli organi, vale a dire sul loro significato e sul loro senso – forse in appendice a Sprache un Korperbau. Da sempre si è dato più rilievo al cuore, al fegato, al rene, piuttosto che alla funzione – alla “fronte” più che al cervello. Oggi questo viene inteso nel migliore dei casi in senso allegorico, a quel modo che nel gioco delle carte si tollera ancora il re.

Per prima cosa la riflessione dovrebbe fornire indicazioni sul fatto che il corpo è effettivamente indistruttibile – non solo come idea platonica, ma materialmente, nel senso più elevato del termine. Così come lo vedono i pittori e scultori. Gli organi non si limitano a funzionare, ma esprimono anche qualcosa che non si esaurisce nella loro economia, anzi qualcosa a cui questa economia risulta subordinata. Per questo, malgrado esso siano presenti, non riusciamo facilmente a sentirli. È un segno di superiore realtà. Anche l’aria viene percepita solo quando perde la purezza o quando comincia a mancare.

Bisogna distinguere tra la funzione e il senso degli organi. A ciò si avvicinano gli antichi associando gli organi agli dei. Da essi discende l’astrologia come scienza rudimentale. L’arte medica, considerata strategicamente, dovrebbe occuparne la posizione raffinando gli elementi: la terra, l’acqua, l’aria. Se l’obiettivo fallisce, sarà il fuoco a subentrare in questo ruolo”.

Ma sterziamo e torniamo alla necessità di chiedersi il perché, di questa necessità posta in evidenza da Roberto Giardina.

In un testo di A. Rigobello, Il messaggio di Socrate:

“Socrate non conosceva la verità: ne aveva la testimonianza interiore, cioè ne sentiva il valore nella sua coscienza. Ma appunto perché questa verità era una fede, e non una dimostrazione, egli cercò di dimostrare quello in cui credeva; per questo concepì la vita come una continua ricerca, nel tentativo di chiarire quella verità che non conosceva, ma di cui aveva una inoppugnabile testimonianza interiore… La struttura stessa del metodo socratico, con quel suo articolarsi intorno al tema dell ignoranza, dell’ironia e della maieutica, ripete e risolve, in sede pratica, il paradosso socratico della vita come fede e come ricerca: si cerca perché si ha fede, si educa perché si crede nella bontà dell’uomo”.

Ampliamo ancora la nostra riflessione con un pensiero di Romano Guardini:

“L’idea del mondo nell’antichità è quella di un universo, religiosamente determinato, che abbraccia semplicemente tutto, anche la divinità.

Non c’è in rapporto ad esso alcuna vera trascendenza. Ogni tentativo di trascendenza, intrapreso dal mito o dalla filosofia, si dissolve nella totalità del mondo.

A questo tutto appartiene anche l’uomo. Egli viene dal tutto e con la morte ritorna al tutto. Manca dunque, nonostante tutti gli slanci teoretici della filosofia classica e la profondità della sapienza ellenistica, il presupposto per un vero intendimento personalistico dell’io perché questo è possibile soltanto sulla base del rapporto con un Dio trascendete e personale…

Con la rivelazione biblica, la sovranità assoluta di Dio diventa chiara. Egli pone in se stesso la pienezza della vita, della conoscenza, del bene e della felicità… Egli ha creato questo mondo in perfetta libertà, senza alcun archetipo ideale o materia preesistente. E alla domanda perché l’ha fatto, non c’è che una risposta, il cui motivo si fece pienamente evidente per la prima volta nell’ opera di Cristo, cioè per amore…

L’uomo è parte di questo mondo… Pienamente libero rispetto al mondo come a se stesso, può violare l’ordine d’esso e di se’, riconoscerlo, prendere decisioni, possederlo e trasformarlo”.

A.T. del mondo di Eumeswil