Dalla pietas alla clementia. Evoluzione dell’idea di buon governo tra la tarda repubblica e la prima età imperiale
Con Giuseppe Bocchi
Riflessione del mondo di Eumeswil
Il vento focoso, irato, veemente, impetuoso e la pioggia abbondante invernale imperversano sulla natura sconvolgendola tutta. Il mare è in burrasca, si scaglia violento lungo le coste. Par arrabbiato e voler ripulire la terra da ogni lordura e da tutto il fetore. Guardo stordita, allibita. L’anima è scossa, turbata da tanto baccano, da tanto fragore del mondo scomposto… Il saggio,il savio non vedo al comando… Tre ciottoli trovo sul mio sentiero deserto ricolmo di mota. Davide con un unico sasso riuscì ad averla franca con un villano… Non occorre forza e terrore, ma solo molta sapienza e pure pazienza oltre all’amore.
Guardando ad un lontano passato si rammenta un passaggio epocale… Il video che vi presentiamo oggi sarà la descizione di un mutamento memorabile, indimenticabile. A descriverlo magnificamente con molti colori Giuseppe Bocchi. Occorre ascoltare per ricordare e apprendere…
Il titolo del video e il soggetto:
“DALLA PIETAS ALLA CLEMENTIA EVOLUZIONE DELL’IDEA DI BUON GOVERNO TRA LA TARDA REPUBBLICA E LA PRIMA ETA’ IMPERIALE”
Il concetto di civitas, nel pensiero romano, non indica solo o soltanto un’appartenenza territoriale, ma soprattutto giuridica: essere cittadini indica la condivisione di diritti e doveri. Augusto, in quanto pater patriae, esplica la propria pietas erga patriam esattamente nella salvaguardia dell’ordine giuridico di uno Stato che le guerre civili avevano portato ad un passo dall’implosione: egli dunque, pur tra inevitabili incoerenze, si presenta ancora come servitore dello Stato. Nel volgere della storia della dinastia giulio-claudia, tuttavia, il princeps finirà per mostrarsi come padrone assoluto di Roma e dell’Impero: ad un uomo che ormai é a tutti gli effetti un dio sulla terra, non si potrà più chiedere di essere modello di pietas ma di clementia, in ciò completandosi il silenzioso ma inevitabile passaggio dal ruolo di cittadini a quello di sudditi.
Giuseppe Bocchi, attualmente è docente di Lingua Latina presso la Facoltà di Lettere di Brescia. La Sua produzione scientifica comprende lavori su Seneca, Ovidio e Giovenale…
Molto tempo dopo Ernst Jünger vivrà anche lui un’altra svolta epocale che lo segnerà per la vita. Scaturiranno molte riflessioni assai dense e segnificative. Vi segnaliamo un passaggio che vi proponiamo in lettura, come spunto di riflessione prima o dopo l’ascolto del video…
Ernst Jünger:
“L’esattezza mitica è tutt’altra cosa da quella storica. Le è contrapposta, in quanto si fonda non sull’univocità ma sull’ambiguità dei dati. Il personaggio storico è definito da un’origine familiare, da una storia personale, da un fine. La figura mitica, invece, può avere più padri e più biografie, può essere al medesimo tempo dio e uomo, essere insieme morto e vivente, e ogni contraddizione, finché si trova allo stato puro, sarà accentuata con esattezza nei suoi termini. Il tentativo di scoprire saldi fondamenti storici indebolisce la figura mitica, la vincola. Il suo documento d’identità si basa sul fatto che ritorna a noi dalla sfera atemporale.
Quando un personaggio storico entra nel mito come Alessandro in quanto figlio di Giove Ammone, i suoi contorni storici si dissolvono e sfumano a vantaggio di un potere invisibile. Il dominio, soprattutto il dominio ereditario, può fiorire e dar frutto solo se nasce da radici mitiche. Da questo nasce la pretesa di esercitare il potere per grazia di Dio, irrinunciabile per i principi ma anche per ogni padre, per ogni maestro, per chiunque eserciti un ufficio, qualora egli non si richiami in maniera pura e semplice alla qualità del proprio lavoro e alla propria disponibilità. Lo stesso vale per i sacramenti: perché sia legalmente sancita l’ univocità del significato deve entrare in gioco qualcosa d’indeterminato, l’atemporale consacrazione al mysterium, che lo Stato, di per se’, non può garantire a se stesso. Lo Stato può ricevere la garanzia sacrale dall’esterno; se vuole rinunciarvi, si trova dinanzi a un’alternativa: o alleggerisce il peso della propria autorità, o sostenersi mediante la coercizione anziché la consacrazione. È la distinzione tra i due sistemi tra i quali dobbiamo scegliere, se siamo d’accordo sulla rinuncia alla sacralità. Entrambi i sistemi hanno vita breve, e possono sfociare soltanto nel terrore.
L’energia mitopoietica dell’uomo è forza mitica. Non ha nulla a che fare con la sua grandezza storica o con il suo carattere, ma è qualcosa che ritorna con lui e in lui.
Ancora nella sfera storica di muove l’energia inventiva da cui nascono gli aneddoti; essa descrive e tratteggia uomini forti e forti istituzioni. In essa non entra in scena l’indeterminato, bensì ciò che è fortemente marcato, e il carattere ne risulta descritto con maggior rilievo. L’aneddoto non ha bisogno di essere vero; il suo valore è meno nella sua fedeltà a un evento che non nella sua attitudine a sollevarsi al di sopra del mero episodio. L’aneddoto conferisce una forma al possibile in maniera emblematica e accentua i contorni che il mito lascia sfumati. Questa è la luce che illumina in modo diverso Erodoto e Plutarco. L’elemento anedottico può cadere addosso alla favola; si trovano sempre zone marginali in cui l’insulsaggine sembra soffocare la rappresentazione del possibile. Al contrario, esistono anche ai nostri giorni uomini intorno ai quali gli aneddoti si avviticchiano come l’edera intorno a una torre antica. Gli uomini di tal fatta, per esempio nei vegliardi a un tempo vigorosi e arguti, tutto un popolo può trovare buoni motivi per godere; esso partecipa della poesia che si nasconde nella loro vita.
Uno dei grandi palcoscenici su cui agiscono le figure mitiche è il sogno. Ai suoi elementi appartengono l’indeterminato, l’ambiguo, le cose che ritornano. Nel sogno trova spazio e campo libero l’atemporalità, poiché il suo mondo di immagini può avere radici in strati antichissimi, primordiali, e nello stesso tempo non ancora in atto, ancora al di là dal venire. Il sogno è perciò uno strumento capace non soltanto d’interpretare il destino, ma anche di formarlo, sia mediante il contatto con il nucleo essenziale della realtà, sia mediante la visione mantica. Il sapere che così viene acquisito non lascia certo sperare in un mutamento dell’essenza, ma, già nel migliore dei casi, consente un’autorealizzazione. Una di queste forme é la guarigione.
L’elemento mitico giace sotto l’elemento personale ed è ancora più forte che non la potenza del destino. Dietro il destino spunta un indeterminato Altro. Di fronte alla persona, esso diventa un recipiente che può riempirsi di cibi squisiti ma anche esplodere. La medesima realtà inconcepibile si erge alle spalle del poeta e gli fornisce un’enorme potenza, assicurando anche vita durevole all’opera che il tempo non eroderà.
Tempo mitico è tempo nel senso della Genesi. Un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno. Lo sforzo della critica testuale è la trasformazione della storia mitica e sacra in mera storiografia. Ciò corrisponde alla subalterna interpretazione dei sogni, e in generale dà al tempo l’inclinazione voluta da una scienza il cui linguaggio è univoco. Ma non a caso i quattro Vangeli sono più precisi e più convincenti di uno solo.
[…] È un caso che la iena entri nel cerchio luminoso del fuoco e del bivacco? Un tempo si vedeva il tipo umano soltanto come individuo, nei recinti muniti d’inferriate dei manicomi e delle carceri. Ora sono cadute sbarre e transenne, e l’ululante piagnisteo che allora soltanto i cacciatori udivano al margine della foresta selvaggia circonda la nostra vita con giubilante bramosia. Avvoltoi e iene arrivano quando aquile e leoni se sono andati.
A che serve uccidere di tanto in tanto, nell’oscurità, una di quelle bestie, lungo i sentieri sui quali non c’è da far messe di gloria? Che esse si avvicinino a così breve distanza da noi, che diventino così spaventose, che distruggono con la loro presenza pensieri e sogni di milioni di uomini – questo non è in loro potere. Vengono poiché sono evocate: il fetore da carogna delle prede le attira.
Non si riesce ancora a vedere l’identità che assimila i grandi carnefici. Si vedono soltanto le loro maschere, ossia le idee di cui si servono e che sono per loro i pretesti dell’assassinio. Patria, umanità, libertà – tutto ciò che ha creato l’ambiente per il massacro.
Dobbiamo avere occhi per vedere non soltanto le idee, ma anche i tipi umani. Allora ci accorgeremo che questi massacratori in grande stile si somigliano anche nella fisionomia esteriore. Tutti hanno l’aria preoccupata, disgustata, eternamente sospettosa. Si ha subito l’impressione che i cattivi odori siano per loro una tortura, ma ecco, un giubilo demoniaco stravolge i loro lineamenti, un cupo scintillio. Chi vede tutto questo intuisce anche quel che succede all’interno dei baracconi di fiera, per quanti tinteggiati nel modo più vario.
Chi chiede in prestito alla politica le proprie unità di misura non capirà mai lo spettacolo che qui viene imposto. Tutti questi spiriti hanno un fine che li coalizza: fanno il proprio gioco, lavorano per sé. Si sentono obbligati a dimostrare che l’uomo è nulla e che in lui non c’è nulla che possa distinguerlo dalla materia. La prova di ciò che affermano la cercano prima con grande astuzia, e poi apertamente con furia assassina: milioni di uomini versano a fiumi il loro sangue.
Questa è una questione non di potere, ma di salvezza; entrano in gioco gradi di qualità innata, preclusi al potere. Ecco perché i tiranni hanno paura. Possono ridurre all’ubbidienza milioni di uomini, ma non quell’uno che in sé ha ridotto in schiavitù la morte. Egli ristabilisce la dignità dell’uomo. Così muta il significato degli altari sacrificali lordi di sangue: l’onta e la profanazione sono servite soltanto ad accrescere lo splendore della verità.
Ecco l’incubo dei tiranni: che la vittima s’innalzi ad essi inaccessibile, e che si dilegui, mentre essi delirando sognano di annientarla, in spazi nei quali la tortura e supplizio non hanno potere. È l’incubo dei carnefici è questo: che la loro vittima riviva. Che ciò non sia mai: a questo mirano gli sforzi della scienza.
Il grande tema della storia si chiama risurrezione, poiché l’uomo non è soltanto un animale politico – è anche un essere animato da una speranza, da un bagliore di eternità. Anche piante e animali sono dominati dall’eterno; appena sotto il velo dei loro fiori, dei loro giochi, comincia l’immortalità. Essa però non sale alla sfera della libertà. Nell’ uomo si sviluppa in tre grandi rami della sapienza, dell’arte, della religione, e tutti e tre convergono in uno e in uno solo. In essi l’uomo trova l’espressione della propria realtà: egli non agisce soltanto per istinto e secondo necessità. Un raggio d’immortalità lo ha penetrato; questo distingue anche il suo modo d’ amare da ogni altra specie d’amore.
È piccolo, in fondo, il palcoscenico sul quale si rappresenta la storia dell’umanità – non più grande della piazza del mercato in una vecchia città. Qui dominano timore e tremore, e va in scena il trionfo della morte. Si vede come la morte con la sua sbirraglia costringa il mondo in catene. Questo è l’oggetto dello spettacolo illuminato dalle torce: denti e artigli, un arsenale di armi tremende domina il mondo.
Ma allora, da dove sgorga il fiume di luce che trasforma tutto questo in un’onda di spettri, mentre un grande risveglio, un’irresistibile gioia riempie il mondo? Dopo la notte viene l’aurora, dopo l’inverno arriva la primavera: sono soltanto brevi paragrafi della grande lezione che insegna a vedere il reale. Dove regna il terrore, la realtà si ritrae timorosa. Ancora e sempre la luce cade nei labirinti e fa saltare in aria inferriate e chiavistelli.
Storia naturale e storia universale sono due misteri sacri, ma poco importa conoscere i nomi delle stelle e dei reami che entrano in scena. Finito lo spettacolo, scompaiono. Anche i soli rotanti nel cosmo sono soltanto le lancette di un orologio invisibile. Nessun telescopio svela il suo meccanismo.”
A.T. del mondo di Eumeswil
