L’Anticristo. Parte prima
Con Rev. don Curzio Nitoglia
Riflessione di Eumeswil
Ci si è allontanati per lungo, lungo tempo dalla città di residenza. Il farvi rientro vuol dire guardare con nuovi occhi uno spazio noto. L’ambiente risulta trascurato. Il verde poco curato. Gli alberi sono soffocati dai polloni. Il prato è secco. Steli forti e isolati si inerpicano legnosi verso l’alto. I giardini pubblici sembrano privi della amabile cura e mano dell’assenato, giudizioso giardiniere. È già settembre inoltrato… Si cammina, ora, lungo i cantieri avanzati dei molteplici lavori cittadini. Si notano alberi tagliati via senza motivo alcuno. Erano solo di ostacolo ed intralcio al lavoro nella fase iniziale. Vite sacrificate inutilmente anzi le foglie abbondanti e verdi crescono incoronando il tronco rasato quasi a zero… Certo il lavoro deve essere, oggi giorno, semplificato! Seppur si vive in gimcane, le risoluzioni di problematiche sono lasciate ai privati, le istituzioni semplificano le loro attività perché devono procedere ad un apparente tambur battente…eppur più si corre, più si aumenta la velocità, più la fine si approssima… si accorcia lo spazio…. È una legge di natura…
La semplificazione, il riduzionismo però la si avverte ovunque. Il linguaggio è elementare, ridotto al necessario. La conversazione rasenta la descrizione esasperata della quotidianità. La nouvelle cousin non si discosta da tale pratica, vive spesso di crudismo. Il teatro è molto spesso politica. Il parlare nei luoghi di arte e cultura è sempre più “cinematografico” e la musica applicata entra negli spazi agognati dai trascorsi compositori di quel genere di note. Il teatro, una volta, non consentiva l’ingresso di tale tipo di pagina pentagrammata.
Uomo e donna, avendo ottenuto la parità dei sessi, sono diventati quasi del tutto UOMA… Ognuno compie le medesime attività pertanto si avvertono sempre più simili. Le distinzioni sfumano, vacillano… I corpi si rivestono di muscoli strutturati. Tutti sollevano taniche, pochi aiutano le anime alleviandole dei pesi terreni… La creazione fantasmagorica lascia il posto alla distopia… A sguardi persi, vaganti nel nulla… L’orizzonte non è un richiamo, un sussurro, un bisbigliare di un amico lontano che vuol farsi vicino… Eppure dove regge la tradizione lo sguardo non è ancora così tanto omologato e omogeneo. Vivono ancora i desideri di elevazione, di verticalità, di molteplicità conferme all’Uno. Esiste ancora voglia, la folle pazzia, di vivere in giardini e non in selve! Vi è il desiderio non appassito di città paradisiache dove la musica e le pitture sono angelicate e le donne rivestite di grazia, di amabilità infinita. L’uomo un prode cavaliere. La cultura, ovvero, quel fertilizzante che giova alla crescita della pianta uomo aiuta a svilupparsi pienamente…
Si diventa adulti grazie a modelli che riescono ad estrapolare capacità creative, linguaggi e prestazioni differenti in chi desidera non essere volgare… Il buon selvaggio è già altra cosa… Chi non si eleva, decresce. Occorre sempre più l’educazione spirituale e attendere al lavoro interiore. Solo l’Alto muove a sé, l’uomo a l’uomo e la natura decade, i petali, le foglie, i frutti cadono sul selciato e la nuda terra… Ma la cultura è fatti di piu componenti: il bios pienamente maturato, che non si arresta alla fase embrionale e la cultura intrecciata dello spirito e della filosofia.
Ernst Jünger così ci scrive in un suo diario:
“Parigi,13 agosto 1942
Finito Jean Cocteau, Essai de critiche indirecte. Il sogno profetico, che l’autore mi aveva già raccontato da Calvet. Quanto a me, io non posso ricordarmi di questi sogni, ma spesso mi si presentano invece degli avvenimenti come se li avessi già sognati in altri tempi. È come se fossero stati visti nella loro massima profondità, nella idea platonica. Il che è assai più importante della letterale realizzazione dei sogni. La ripetizione non mi ha mai interessato.
Tra le buone osservazioni annoto la seguente: Surnaturel hire, naturel demain. Poiché le leggi di natura finiranno sempre con l’adattarsi, nonostante Renan, che fa tanto conto della loro costanza. Esse sono simili all’accompagnamento musicale che nei punti culminanti può anche tacere del tutto.
Si potrebbe dire, in altre parole, che le leggi naturali sono le leggi che noi percepiamo. Ogni qualvolta noi siamo coinvolti nella decisione, non le percepiamo più.
Oggi la tecnica ha raggiunto tali profondità, che anche il giorno in cui il predominio della tecnica e delle sue direttive sarà tramontato bisognerà fare i conti con la sua sopravvivenza. E soprattutto questa immensa sofferenza di vittime murata nelle sue architetture! Così la tecnica resterà, come la vecchia legge sopravvisse all’avvento di Cristo; diverrà parte dei nostri ricordi con quel tanto di contenuto umano di cui è capace. Il problema vero è se in essa si perda o meno la libertà. Probabilmente ne risulta una nuova forma di schiavitù. Questa può andare unita al benessere; può perfino andare unita al possesso del potere; la catena però esiste. I liberi, invece, si riconoscono e vengono riconosciuti per una luce nuova che emanano. Si tratta forse di piccolissimi focolari che coltivano la libertà, probabilmente a prezzo di sacrifici che troveranno un degno e spirituale compenso.
I fiori, gli uccelli, le pietre preziose, gli oggetti di colore lucente e di profumo aromatico. Il loro aspetto incute la nostalgia del paese di origine”.
Nell’Apocalisse vi è la figura emblematica dell’Anticristo. In molti si sono soffermati a decifrare e commentare tale rappresentazione. Il rev. don Curzio Nitoglia commenterà in modo limpido e chiaro alcuni aspetti dell’Anticristo alla luce della tradizione.
Noi dal fronte nostro riporteremo alcuni studi storici che ci sembrano interessanti da sapere e divulgare in cui si mette in evidenza l’uomo decaduto colui che non cerca di essere qualcosa d’altro di meglio di sé …
Lo scritto che riporteremo è dello storico e filosofo Gianni Vannoni:
“COME PERDERE LA GUERRA”
Nel gennaio del 1944 la stampa fascista diffuse un testo sensazionale: sette istruzioni segrete, che venivano attribuite al supremo centro anglosassone della massoneria, e riguardavano la destabilizzazione del sistema italiano, progettata fin dal 1935.
La tragedia in atto era immane; disparità di forze, ma anche impreparazione, disorganizzazione, inefficienza, disonestà criminale avevano portato al disastro. Chi teneva fede all’idea di Stato etico non poteva facilmente ammettere il fallimento della pubblica amministrazione e della macchina statale, le cui ruote avevano girato a vuoto. In questo senso era naturale che si ricercassero più immediate e concrete responsabilità, e che il sospetto ricadesse sugli ambienti ritenuti equivoci, essendo occulti per costituzione e legati allo straniero, ma anche ben ramificati nelle forze armate e nella burocrazia. Di fatto l’epurazione antimassonica, proclamata nel 1925, non era mai avvenuta, e giustamente una personalità al di sopra di ogni sospetto, un toscano di buon senso, né mitomane né ipercritico, ma fedele al duce e al regime, Ardengo Soffici, aveva potuto scrivere:
“Chi dicesse che il Fascismo ha disfatto la massoneria, oggi come oggi, farebbe ridere. La massoneria non ha mai funzionato così allegramente come dopo la distruzione delle sue logge. La massoneria, persi i grembiulini, le squadre e le sciabole fiammeggianti, s’è messa a tirare al sodo, s’è insinuata tra le file fasciste, ha acciuffato più posti di comando o di osservazione che ha potuto, e ora lavora come non si potrebbe meglio, e guisa di cancro e di tabe, alla disgregazione e rovina dell’organismo abitato. Chi se n’è accorto, ne ha le prove e lo dice; ma nessuno gli crede. In verità, siamo ancora impelagati, impantanati, rivoltati nella massoneria”.
Ma era stata, questa di Soffici, una voce clamante nel deserto del conformismo; anche perché la massoneria non aveva atteso il consolidamento del regime per insinuarsi nelle file del fascismo, come egli erroneamente affermava, ma ne era stata fin dalla nascita, nel 1919, una componente fondamentale. I documenti del 1935-1936 vennero dunque a lampante conferma – come chi, dopo tanto tempo sinistro scricchiolare, spezzi al fine la trave e ne mostri i tarli all’opera. Troppo lampante conferma per non dubitare, e supporre una confezione propagandistica a scopo giustificazionista, anche se uno storico del valore di Luigi Pareti vi riconobbe valore di documentazione autentica, e li riprese nel suo volume Passato e presente d’Italia, come “la formulazione precisa dei metodi, di cui si servirono i massoni dell’esercito e delle amministrazioni italiane, da allora al luglio 1943, per portare al colpo di Stato che avrebbe dovuto abbattere il fascismo”.
Mussolini, da parte sua, nella concisa Storia di un anno, pubblicata sotto forma di articoli sul “Corriere della sera” nel giugno-luglio 1944, parlerà di “sabotaggio misterioso e inafferrabile” e di riannodati contatti, via Lisbona, con “le forze massoniche anglosassoni”, ma datando dalla primavera-estate del 1943, cioè dal tempo della sua defenestrazione. Datazione che appare davvero autogiustificazionista, come ciascuno può agevolmente constatare.
Quello che sia il grado di autenticità e veridicità da attribuire ai sette documenti che qui si riproducono, si pone il problema del perché la massoneria, dopo aver appoggiato il fascismo, abbia poi teso alla sua distribuzione. Si può rispondere notando che il nazionalismo massonico è inserito in un sistema articolato, e che la massoneria più forte imprime alle altre, in momenti di crisi, il suo nazionalismo, gli interessi della propria nazione o complesso di nazioni, in questo caso gli interessi anglo-americani. Ma il secondo conflitto mondiale segna anche, in parte, il tentativo di superamento dell’ottica nazionale, in vista di una organizzazione di potere mondialista. E’ un passo avanti nella realizzazione della concezione massonica dell’organizzazione sociale, che dalla ‘divinizzazione’ dell’individuo, tramite la ‘divinizzazione’ della nazione, tende alla ‘divinizzazione’ totale dell’umanità. A questo proposito è interessante notare come fin dal 1934 uno dei massimi scienziati inglesi a interesse utopistico, Julian Huxley, giustificasse il compito provvisorio delle dittature nazionali, in direzione del grande passo da compiere: l’estensione alle società umane del controllo scientifico, finora esercitato soltanto alla natura. Insieme alle possibilità illimitate del progresso, Huxley indica la necessità concreta che “l’evoluzione umana” proceda con gradualità. Poiché al momento il mondo è “suddiviso in entità peculiari dette Stati nazionali”, si deve procedere alla riorganizzazione della “struttura della società umana” sulla base nazionale, l’unica di cui dispone, senza attendere l’avvento della società mondiale. Vi è un vantaggio a “cominciare nazione per nazione”: quello di condurre esperimenti pratici che permetteranno di utilizzare le esperienze acquisite nella costruzione del sistema futuro.
Lo strano e ambiguo opuscolo di Huxley, Se io fossi dittatore, fu anche tradotto in italiano, nel 1935, poiché mostrava un apprezzamento positivo per l’esperimento dittatoriale – la miope censura del regime non si avvide che vi era invece teorizzato il significato transeunte e strumentale della fase rappresentata dal fascismo.
A.T. del mondo di Eumeswil
